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Vita di campagna ieri e oggi

“Quella che per secoli, addirittura per millenni, è stata la più comune forma di vita degli uomini, e cioè la vita del contadino, nel giro di pochi anni, sotto i nostri occhi, è diventata un oggetto da museo (…). Sempre più il lavoratore agricolo assomiglia all’operaio dell’industria, che muove macchine poderose e complicate girando manopole e premendo bottoni. Come guardare a quel che è andato perduto? Con nostalgia o con sollievo per tante vite umane finalmente liberate da una rozza e disumana fatica? A me la risposta non sembra affatto evidente, e penso che si debba, in genere, diffidare dell’evidenza e di chi l’incontra troppo spesso…”.

Sergio Quinzio da, Immagini del mondo contadino, D. Garota, Armando Editore, Roma, 1982

La semina del primo chilo di Graziella Ra
Si iniziava ad arare nel mese di agosto subito dopo aver raccolto lo strame. Si arava con un paio di mucche o di buoi; a volte, quando il terreno era molto duro, occorrevano anche due o tre paia di animali per trainare l’aratro. Vi erano due tipi di aratro diversamente denominati: “el pertiché” che serviva per arare e “l’arètra” usata per fare i solchi sul terreno arato e nei quali andavano poi seminate le fave e le patate.
Nel mese di novembre si seminava. Seminare con le mani non era cosa facile; la difficoltà maggiore stava nello spargere il seme in modo uniforme. In primavera il grano era già cresciuto e insieme ad esso anche le erbacce che venivano tagliate con la “sàppa” (la zappa).

La mietitura del grano
Con l’inizio dell’estate il grano cominciava a maturarsi e i passeri iniziavano a beccarne i chicchi. I contadini per evitare questo cercavano di spaventarli mettendo sparsi nei campi “i spaventapàssre” (gli spaventapasseri). Per spaventare i passeri si usava anche “l’asta”, con la quale si facevano dei botti fortissimi prodotti da un martelletto che colpiva un ferro pieno di zolfo e potassa. Quando il grano era ormai maturo si affilavano le falci battendole per bene con un martello e si partiva in gruppo nei campi per mietere. Mietere sotto il sole era un lavoro molto faticoso e veniva sete molto spesso. I mietitori lasciavano il grano mietuto in piccoli mannelli che i ragazzi portavano ad un uomo il quale li poneva sulla “prèssa” (pressa). La pressa permetteva di stringere forte il covone del grano prima di legarlo con il filo di ferro. I covoni venivano raccolti e ammucchiati nei campi mettendo le spighe sovrapposte al centro. In questo modo anche se avesse piovuto si sarebbe bagnato solo il covone in cima; degli altri si bagnava solo la paglia e non i chicchi.

Le mucche
Un lavoro che non era tra i più faticosi, ma che assorbiva continuamente per tutti i giorni dell’anno era quello che riguardava la stalla delle mucche. Esso consisteva nel dar da mangiare agli animali e nel pulire i loro giacigli due o tre volte al giorno. Nella stagione calda le mucche venivano portate ad abbeverarsi lungo un ruscello. D’inverno invece si era costretti a farle bere dentro la stalla con i secchi. Per il traino di carri o aratri lo strumento indispensabile da applicare alle mucche era “el giòg” (il giogo). Il giogo si appoggiava sul collo dei due animali e si fissava alle corna con cinghie di cuoio. Spesso alle mucche venivano pure messe “le campanèll” (le campanelle). “El giòg matt” (il giogo matto) invece era usato per il traino con un solo animale.

Il lavoro delle api
Per l’allevamento delle api si dovevano avere diversi “bùss” (arnie). All’interno l’arnia aveva due piani di telaietti: sotto per l’alimentazione delle api, sopra per il miele da prelevare. Per proteggere il viso dai pungiglioni delle api si metteva la “màscra” (maschera). Sui telaietti venivano messi due fili di ferro e su di essi applicato uno strato di cera sul quale le api costruivano le loro celle che poi riempivano di miele. Quando le celle erano tutte piene esse le chiudevano con una pellicola protettiva di cera. Per rendere le api più mansuete si soffiava dentro l’arnia il fumo prodotto da uno straccio che veniva bruciato nel soffietto. Un tavolo poi serviva a non far sgocciolare in giro il miele quando si toglieva dai telaietti quella pellicola protettiva di cera formata dalle api. Tolta la pellicola protettiva i telaietti venivano messi nello “smielatòr” (smielatore).