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Sulle tracce dei nostri padri

“Andar per campagne non è più una gioia. Improvvisamente, qualcosa è cambiato in un paesaggio che non cambiava da quattromila anni, quello delle terre coltivate, e l’anima dell’uomo si è rattristata. Pensavamo, vivendo nelle città, che sarebbe sempre esistito, lontano dalle strade, dalle mura, dai grandi serpenti cloacali, dagli anelli periferici dove agonizzavano e rinascevano i tram, dalle concentrazioni di sforzi e di pena, di crudeltà e di godimento troppo elevate, un mondo non tutto contaminato, un dolore meglio sopportato, una miseria più pulita, una fatica meno impura, una benda per le ferite dei nervi, una possibilità d’incominciare una vita diversa, una riserva inesauribile di nutrimento fresco e di acque, una religione astrale delle consuetudini che scampava dai cambiamenti troppo rapidi, reagiva con sovrana indifferenza alle imposture della politica, non tradiva la fedeltà di chi nasceva e le speranze di chi gli si convertiva. Tutto questo chiamavamo campagna”.

Guido Ceronetti, “L’antica civiltà contadina a Isola del Piano”, 1973

L’esposizione delle attrezzature agricole vuole essere la testimonianza di una grande civiltà e insieme la speranza che questa non scompaia. Gli aratri di legno, i telai per tessere la lana, il cotone e la seta, le pietre lavorate per macinare il grano e per stendere i bachi da seta, i ventilabri per vagliare le sementi, la pialla gigantesca per fare i tini e le botti, sono gli strumenti di una civiltà in cui ogni famiglia era autosufficiente: produceva canapa, lana e seta e le lavorava, seminava il grano e lo trasformava in pane, dal legno del bosco ne faceva uscire una sedia, una botte, un recipiente. Il museo non è solo il riconoscimento di una civiltà antica ma anche la constatazione che questi strumenti ancora oggi in parte si fanno. Infatti il molino di pietra è dell’ultimo scalpellino che c’è rimasto a Isola, le pistole per portoni sono dell’unico fabbro, le sedie le ha fatte uno dei pochi contadini che le sanno ancora fare, le scarpe l’unico calzolaio che c’è rimasto e i cesti e i canestri di canna, passata la generazione di mio padre, non li saprà fare più nessuno.

Gino Girolomoni, Sulle tracce dei nostri padri, Quaderni del Monastero di Montebello, Fondazione Alce Nero, 2000